"A Silva"
6- Brigata Mazzini
b) Giacomo Chilesotti
“Se dovessi essere catturato, chiedo a Dio la grazia di non tradire i miei partigiani.
Ma poiché sarei fucilato certamente chiedo di non esserlo per mano di italiani”
(Giacomo Chilesotti)
Il Com. Chilesotti con i compagni Fabris e Zacagnin
Recupero armi da aviolancio
Il Com. Giacomo Chilesotti "Nettuno"
Tra coloro che, cattolici o laici, parteciparono in prima fila alla lotta di Resistenza vicentina mossi da ben coltivate virtù morali, impulso di giustizia, ansia di libertà ed autentico amore di patria, Giacomo Chilesotti è certamente uno dei maggiori.

I sobri cenni biografici qui riportati offrono solo una sbiadita immagine della ricchezza della sua vita interiore e delle azioni concrete che intraprese, peraltro raccontate in scritti e testimonianze di storici e di suoi amici.

L’intento e la speranza di queste righe è che servano a stimolare la curiosità e l’interesse soprattutto dei giovani, miei coetanei e delle giovani mie coetanee, indirizzandoli a conoscere le belle pagine che la sorella Anna, mons. Antonio Zannoni, Angelo Fracasso, Curzio Tridenti e tanti altri hanno dedicato alla figura di Giacomo.

La traccia di stessi cenni è, in buona parte, l’incisivo ricordo lasciato dalla sorella Anna.

Giacomo nasce a Thiene il 18 luglio 1912 da una famiglia medio borghese e di antica tradizione. Cresce con i fratelli in una casa ricca d’armonia e di solidarietà, e da bambino fu, come lo ritrae la sorella Anna “bellissimo e piuttosto taciturno, ma aveva una fantasia fervidissima per inventare imprese rischiose, ciò che contrastava stranamente con la gentilezza tranquilla del suo aspetto. Egli serbò sempre queste sue caratteristiche: una audacia che rasentava l’incoscienza e una gentilezza un po’ schiva che poteva sembrare timidezza ed era soltanto un forte controllo su di sé.”

Gli studi medi compiuti nel collegio San Luigi dei padri Barnabiti a Bologna forgiano il suo carattere: la tristezza che segna il primo periodo della lontananza dalla casa e dagli affetti familiari pian piano viene mitigata dall’emergere di una profonda fede, dal sentire nella propria vita la presenza costante di Dio, dal trovare nella preghiera serenità e nelle Sacre Scritture l’attualità dei messaggi di pace, giustizia, verità e pietà.

Finito il liceo si iscrive alla Facoltà di Ingegneria a Padova e si laurea brillantemente nel 1936 in ingegneria industriale meccanica.

Per quanto gli studi universitari lo impegnino severamente, continua a partecipare alla vita di associazioni cattoliche. Iscritto alla FUCI e alla San Vincenzo, ne condivide le attività spirituali ed assistenziali ed è, tra l’altro, un visitatore assiduo e generoso delle case dei poveri. Anna racconta un episodio accaduto a Padova, quando “una volta arrivò davanti a casa sua una carrozzella di piazza piena di gente che gesticolava allegramente e chiamava Giacomo per nome: era una famiglia povera del Portello a cui era tornato un figlio dall’Africa e venivano tutti insieme a reclamare Giacomo perché fosse partecipe della loro festa come lo era stato dei loro dolori. Tanto lo sentivano fratello!”

Giovane di parole sobrie e di concetti essenziali, affinati dalla sua inquietudine intellettuale e profondamente vissuti, coltiva in se stesso più l’interiorità che l’esteriorità e le testimonianze di quanti lo conobbero concordano nel ritrarlo riflessivo, altruista, di profonda religiosità, di solida preparazione culturale, di audace fantasia creativa.

L’amore per la natura e soprattutto per la montagna è un altro elemento nutriente della sua formazione. La montagna è l’ambiente fisico in cui vede meglio rispecchiati il suo spirito e il suo carattere, realizzata la sua felicità, disciplinata la sua forza fisica. Incomincia, ci dice sempre la sorella Anna “con l’altipiano di Asiago a Cima Dodici e sull’Ortigara, poi il Pasubio e le Piccole Dolomiti, poi le Grandi Dolomiti [….] le Alpi Apuane e i campi sciistici del Piemonte, l’Ortles e il Cevedale e infine il suo grande sogno: il Monte Bianco”. Ama sopratutto le escursioni e le ascensioni solitarie, quelle che consentono non solo di concentrarsi sui propri pensieri ma di sentire la vicinanza a Dio.

Dopo la laurea, trova il primo lavoro in un cantiere genovese di riparazioni navali e qualche tempo dopo viene inviato a Napoli. Complessivamente quello, tra Genova e Napoli, è per lui un periodo difficile, e Anna incisivamente ci dice che in quegli anni “il dissidio tra lui e la vita diventava più profondo” perché di essa non poteva accettare “certe volgarità” e “tante forme più o meno palesi di disonestà e di ingiustizia”. Le amarezze lo rendono ancora più pensoso, ma non ne vincono la forza d’animo.

Quando nel giugno 1940 l’Italia entra in guerra, Giacomo, pur potendo obiettare alla chiamata, decide di partire. Si è sempre tenuto discosto dalla politica, e per quanto la retorica e lo spirito bellicista del regime fascista non esercitino presa su di lui, sente come obbligo morale, per un ancora non ben chiarificato senso della Patria, l’ andare sotto le armi. Viene destinato, come soldato semplice, al 4° Reggimento Genio di stanza a Bolzano e vi passa quasi un anno e mezzo. E’ un’altra esperienza ostica, dibattuto com’è tra il voler servire la patria e il sentire estranee alla sua gentilezza d’animo e di comportamento, alla sua moralità e religiosità le esaltazioni retoriche degli ‘spiriti guerreschi’, i riti, le costrizioni, le volgarità della vita di caserma. Nel novembre del 1941 viene scelto per un corso di addestramento speciale presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze, come guida del deserto. Parte per l’Africa a fine aprile del 1942 e vi resta quattro mesi partecipando anche alla campagna di El Alamein. In agosto riceve l’ordine di tornare in Italia, destinato a Pavia, al corso allievi ufficiali della Scuola del Genio. Ma l’insieme delle esperienze a Bolzano e soprattutto in Africa ne hanno già modificato i convincimenti e svelato una faccia tragica del fascismo, quella per cui il regime è entrato in guerra - mandando per impreparazione allo sbaraglio centinaia di migliaia di giovani - solo perché confida di trarre profitto dalle vittorie, date per certe, delle potenti armate di Hitler.

Nel giugno del 1943, richiesto più volte dalla sua ditta di Napoli, viene congedato e torna nella città campana, sottoposta in quei mesi a devastanti bombardamenti. Il 4 settembre parte da Napoli per portare a Genova dei documenti importanti, ma nel corso del viaggio lo coglie la notizia dell’armistizio. Impossibilitato a raggiungere Napoli, torna dapprima a Genova e finalmente, dopo sei anni di assenza, a Thiene. Scrive Anna “Questo ritorno senza più i limiti di una licenza fu come una sosta tra un grande viaggio e l’ignoto di una nuova partenza. Giacomo era completamente libero, dipendeva unicamente da lui prendere una decisione piuttosto che un’altra. Non era facile orientarsi in quel tragico momento”.

Il dramma dell’incertezza è collettivo, lo vivono in prima persona tanti giovani italiani lasciati allo sbando, e non pochi di essi cercano un personale riparo nella fuga dalle responsabilità, via preclusa invece a quanti portano in sé il peso gravoso di radicate convinzioni civili e di forte senso morale. Essi intuiscono che in un momento così tragico occorre scegliere, ma dilemmi e timori sono inevitabilmente tanti ed i punti di riferimento esterni nelle ultime settimane di settembre e nelle prime di ottobre non sono, per chi non ha legami coi partiti che si vanno embrionalmente ricostituendo nella clandestinità, né chiari, né, iniziato il durissimo regime di occupazione tedesca, facili da trovare.

Giacomo, che nel frattempo si iscrive nuovamente all’Università di Padova per specializzarsi in elettrotecnica, vive un’attesa inquieta. Ma è un’attesa breve. La conseguenza logica della ferma convinzione maturata all’indomani dell’8 settembre di non voler sottostare agli occupanti tedeschi né al regime vassallo della Repubblica Sociale Italiana, non tarda a rendersi nitida nella sua coscienza. L’incontro con l’amico Elio Rocco e poi col fratello di questi, Angelo “Puntino” è decisivo. “Puntino”, dotato di una radio ricetrasmittente, opera in una missione (detta poi “M.R.S.” Marini Rocco Service) inviata dagli angloamericani per raccogliere informazioni sulla consistenza e dislocazione delle truppe tedesche e stabilire collegamenti con i piccoli nuclei di partigiani e di resistenti civili. Giacomo presta la sua collaborazione. “Era la favilla attesa” scrive Anna Chilesotti “e non ebbe incertezze né gli volle molto tempo per orientarsi; stabilita la direzione di marcia, non c’era più niente che lo facesse deviare. La nuova vita offriva libero gioco a tutte le sue energie compresse e incomprese”. Si mette subito all’opera, cerca sia a Thiene che ad Arcugnano, dove i Chilesotti hanno una casa di campagna, contatti per formare nuclei di resistenza e mostrare apertamente che c’è chi lotta contro l’occupazione tedesca.

Sceglie per nome di battaglia “Nettuno” (lo cambia in “Loris” nel settembre del 1944, dopo il rastrellamento nazifascista di Granezza in cui aveva perso la vita il suo caro amico Rinaldo Arnaldi “Loris”) e, una volta imboccata la strada dell’azione, durante l’inverno del 1943-’44, opera per trasformare le piccole bande di patrioti sparse nei paesi del thienese in gruppi tra loro coordinati. Collabora coi comandi regionale e provinciale della Resistenza e con i raggruppamenti Partigiani delle zone limitrofe, impegnati in quei mesi autunnali soprattutto nella raccolta di armi abbandonate e in sabotaggi. Dà un ruolo di estrema utilità al gruppo di Arcugnano e dei Berici, che impiega come reparto (poi battaglione) adibito a preparare un campo per gli aviolanci e, una volta che questi vengono effettuati, a distribuire gran parte delle armi paracadutate dagli inglesi alle formazioni del thienese.

Dalla collaborazione dei gruppi operanti nel thienese nasce nella primavera del 1944 (probabilmente il 20 aprile) in una sala del Collegio Vescovile di Thiene, la Brigata "Mazzini", poi articolata in quattro Battaglioni.

Chilesotti viene scelto quale comandante della Brigata. Tutti ne riconoscono la statura morale, l’autorevolezza, la fermezza nelle intenzioni e nelle decisioni, le capacità di dare alla formazione non solo sicuri orientamenti tattici, obbiettivi meditati e disciplina, ma soprattutto una visione della resistenza come lotta non condizionata da ideologie o da scopi diversi da quello della libertà per la Patria. Una visione che implica una lotta dura e rischiosa contro i nazifascisti, sacrifici di ogni sorta ed anche spargimento di sangue, ma che non perde mai di vista, in nome di una morale superiore, un senso di umana moderazione e di cristiana pietà.

Secondo questa visione forgia e dà una chiara impronta alla natura ed al comportamento della “Mazzini”. La Brigata - che nell’estate del ’44 aggrega diverse centinaia di uomini, dei quali una parte dislocata in montagna ed altre operanti nelle colline thienesi e delle Bregonze o nella pianura a Nord di Vicenza - comprende giovani sia cattolici che laici, molti politicamente indipendenti, altri che invece vanno maturando, pur nella estrema difficoltà di conoscere quali siano ideologie e programmi dei partiti allora in formazione, propensioni che oggi comunemente si dicono di centro o di sinistra. Ma nella Brigata non concede spazio a differenziazioni politiche, la bandiera della libertà della patria è per Chilesotti il vessillo unificante, l’ideale che genera un senso di fraternità tra tutti.

Comandante, Chilesotti, lo è sempre; lo è naturalmente, per unanime riconoscimento. Lo è quando, tre mesi dopo il tragico rastrellamento di Granezza del 6-9 settembre ’44, la Brigata Mazzini diventa “Gruppo Brigate Mazzini”; lo è quando, alla fine del febbraio ’45, le brigate della “Mazzini” e della “Sette Comuni” (attiva nell’Altopiano) e quella operante nel bassanese “Italia libera” costituiscono la Divisione partigiana “Monte Ortigara”.

Lo è perché, per tutti, è il più valido e terso punto di riferimento. Nell’autunno ’44-inverno ’45 è attivamente ricercato dai corpi repressivi fascisti e tedeschi. E’ condannato a morte in contumacia, per impiccagione. Sul suo capo c’è una vistosissima taglia. E’ costretto a continui spostamenti, soprattutto in bicicletta, ed in più di una occasione, solo la buona sorte, lo salva dalla cattura. Nonostante ciò mantiene contatti non solo col quadro di comando delle sue formazioni, ma anche con parecchi dei reparti partigiani sparsi nel territorio di competenza. E’ un’energia dello spirito che corrobora l’animo dei Partigiani.

Punto di riferimento, quindi, per la sua operosità, per la stima che ha ormai acquisito nel Comando Regionale Veneto e in quello Vicentino. Ma soprattutto per la forza morale che trasmette e per la capacità di dare alle formazioni che comanda una chiara linea di condotta.

Il suo tragico destino si compie quando la lotta di Liberazione è ormai alle ultimissime battute: i Partigiani hanno già liberato diversi paesi del vicentino; truppe angloamericane affluiscono nella nostra provincia; i tedeschi sconfitti si ritirano disordinatamente verso il trentino, molti reparti fascisti si sono già arresi.

Chilesotti muore il 27 aprile, ucciso dai tedeschi ad un posto di blocco, mentre si sta recando alla Longa di Schiavon con Giovanni Carli "Ottaviano", Attilio Andreetto "Sergio" e la staffetta Zaira Meneghin per trattare la resa di un reparto nemico. L'auto nella quale viaggiano viene fermata: fatti scendere brutalmente, vengono immediatamente uccisi come banditi. I suoi compagni tentano invano la fuga tuffandosi nel Tesina: Giacomo affronta la morte diritto e sereno.

Quando si sparge la notizia che Giacomo è caduto, colpito da una raffica di mitra, scrive la sorella Anna “fu come se una gran luce si fosse spenta e sull’ebbrezza di quei giorni scese un velo di sgomento".

Giacomo Chilesotti è stato decorato con la Medaglia d’Oro alla Memoria al Valor Militare. La città di Thiene gli ha dedicato la piazza centrale del paese. Nel ricordo di molti che con lui hanno partecipato alla lotta di Liberazione è l’"Uomo Santo dei Partigiani”.


Sandro Pupillo





Gruppo Brigate Mazzini

Cronache del Battaglione Thiene

Della parziale cronistoria della Brigata, scritta nel febbraio ’45, riportiamo qui solo la pagina introduttiva, firmata da Giacomo Chilesotti (Loris)

Scrivere qualcosa dopo un ostinato silenzio, quando per natura la parola e la penna non sono le nostre armi, è una fatica improba; tanto più improba quando si tratta di fare una premessa ad una relazione dell’attività dei nostri reparti, attività che non hanno bisogno di commento, perché nella loro semplice veste letteraria esprimono meglio i sentimenti che determinarono i nostri programmi ed i nostri movimenti. Le qui unite relazioni sono scritte dagli stessi uomini che hanno agito, dai protagonisti, i quali non vogliono coreografia, poiché sin da principio si era detto “lavoriamo senza politica”.

Ad ogni modo un breve commento ci sta, non fosse altro per dire che da questi uomini e da questi primi passi nacque l’organizzazione militare della Mazzini. A questo reparto infatti si unirono poi altre formazioni di paesi limitrofi sino a formare oggi il forte complesso organico che è il gruppo Brigate Mazzini. Nessuno sa per esempio delle prime adunate nella casa di uno, nella officina di un altro, nei rifugi sotterranei, dove la sensazione del clandestino e dell’ansia era confortata dall’esempio degli eroi e dei martiri del ’48. Nessuno sa delle corse pazze sulle nevi di Asiago, di Val Galmarara, di Cima Dodici, delle estenuanti marce notturne, per portare in pianura le armi ricuperate nei lanci, e le notti insonni ed il freddo intenso, la pioggia ed i lunghi silenzi che commuovevano. Nessuno sa che una volta, stanchi sino all’estremo per il carico dei “parabellum” e delle munizioni, abbiamo fermato il trenino di Asiago e siamo montati con indifferenza tra la sorpresa di alcuni giovani fascisti, che ritornavano pasciuti e soddisfatti dal campo invernale.

Da allora quanti cambiamenti, quanti fratelli che non esistono più, che quasi si sono dimenticati, perché il nostro lavoro non conosce soste. Eppure quanto volentieri vorremmo che essi ci assistettero col loro coraggio, col loro entusiasmo, con la loro forza! Era una nuova vita che cominciavamo a vivere. Poi sono venuti i giorni freddi ed angosciati, qualche volta si rideva ed il nostro riso rimaneva intirizzito nell’aria, estraneo e si inaridiva subito. Troppa sventura ci aveva percosso! Anche la speranza non stava davanti ai nostri occhi, in alto; era un fatto laterale, non superiore a troppo effettivo dolore, che nessuna fiducia o nessun esito poteva ormai far tacere.

Adesso ritorna la primavera e con essa la speranza si rinsalda, ora torniamo a confidare anche nella nostra forza. Per noi patrioti però non basta un caldo sole d’estate ed un cielo azzurro a farci felici dopo tanta devastazione esterna ed intima. Così sarebbe se tutti noi non avessimo tanta fede e non fossimo certi di poter ricostruire la fortuna del nostro spirito su ben altre fondamenta che quelle dolci e vane della natura.

Noi sappiamo che tra poco potremo far risuonare nelle valli dei nostri canti, sappiamo di essere compatti ed uniti, sappiamo che le sofferenze ed i disagi ci hanno fatti forti e generosi.

Dal Comando Gruppo Brigate Mazzini, 16 febbraio 1945

Loris

(Giacomo Chilesotti)