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"A Silva"
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6- Brigata Mazzini
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a) Storia
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| Chiunque si accinga a narrare la storia di una formazione Partigiana nella lotta di Resistenza, si trova inevitabilmente alle prese con un mucchio di problemi e di difficoltà che solo una pazientissima ricerca, lettura e comparazione di tutte le fonti disponibili, un vaglio accurato di tutte le testimonianze possibili può, e neppure compiutamente, aiutare a risolvere e sormontare. Avviene a chi scrive un libro; ed a maggior ragione a chi deve riassumere in poche pagine vicende intricate snodatesi all’incirca per venti mesi, e sempre condizionate da mutevoli fattori, alcuni previsti altri del tutto imprevedibili. Queste grandi difficoltà derivano dalla natura stessa della guerra partigiana resistenziale che è guerriglia di reparti e pattuglie continuamente mobili. Guerriglia che, per avere efficacia, deve modellarsi secondo le condizioni del territorio e del rapporto con le popolazioni; secondo le armi in dotazione e i collegamenti logistici di cui dispone; secondo la dislocazione e i movimenti delle truppe e dei numerosi corpi repressivi nazifascisti e la sempre incerta e mutevole possibilità di infliggere ad essi colpi efficaci; secondo la necessità di evitare scontri aperti con un avversario militarmente ben più potente e di sfuggirne le morse e i rastrellamenti; secondo l’obbligo morale di non effettuare azioni che diano luogo o pretesto a efferate rappresaglie nei confronti dei civili; secondo, infine, l’abilità ed il temperamento degli uomini. E nel dire questo, si sono indicate solo alcuni dei condizionamenti e delle caratteristiche della Lotta Partigiana. Anche le relazioni stese dai Comandi Partigiani di brigata all’indomani della Liberazione presentano lacune, descrizioni approssimative e di rado riescono a dar conto della miriade di vicende vissute e di azioni compiute dai loro battaglioni, compagnie e pattuglie e questo perché, come ha scritto acutamente Ettore Gallo - nella prefazione al bel libro di Curzio Tridenti (anch’egli della “Mazzini”) Dalla Russia ai Berici - “il senso della vicenda resistenziale è proprio questo: piccoli nuclei operanti localmente, per i quali non esisteva altra realtà se non quella nella quale vivevano immersi drammaticamente giorno per giorno”. E di questa come è possibile dare davvero conto? Difficile è, molto spesso, indicare il tempo preciso e il modo con cui, dopo l’8 settembre ‘43, nasce una formazione Partigiana. Lo è anche per quella che nella primavera del ’44 si chiamerà “Mazzini”, nonostante che, per la sua particolarità nella storia della Resistenza vicentina, siano stati scritti su di essa parecchi libri e relazioni e vi sia stata abbondanza di testimonianze. Ogni formazione, in un’Italia il cui Centro-Nord è occupato dai tedeschi ed il fascismo vi si sta riorganizzando nelle vesti della Repubblica Sociale Italiana, nasce per decisione di pochi e per tentativi che a volte si prolungano per tutto l’autunno del ’43 e l’inverno del ’44. Nasce quindi in mezzo a mille difficoltà, sprovvista di armi, costretta spesso ad un periodo di incubazione lungo, da tenere segreto per sfuggire all’occhio dei corpi repressivi ed all’orecchio delle tante spie. Se questo è vero per tutte, lo è a maggior ragione per formazioni che non dipendono dai partiti dell’antifascismo in via di ricostituzione, ma sorgono autonome e sostanzialmente apolitiche, promosse da giovani che sentono l’urgenza di far qualcosa contro l’occupazione tedesca, ma non hanno alcuna esperienza di lotta clandestina né alcun definito orientamento politico. Sono giovani, spesso reduci dai fronti russo, balcanico e africano dove le truppe di Mussolini hanno inanellato sconfitte pagate a carissimo prezzo e che lì, nell’amarezza della sconfitta e della perdita di tanti commilitoni, si sono resi conto, dopo aver subito per anni la retorica bellicista del fascismo, del cumulo di menzogne e di illusioni che il regime ha loro ammannito. Sono giovani che, dopo l’armistizio, non vogliono riprendere le armi a fianco dei tedeschi, anzi ne aborrono lo spirito aggressivo e la spietatezza e vogliono cacciarli da suolo patrio. Ed ecco dunque questi sparutissimi gruppi di giovani formarsi, al principiare dell’autunno del ’43, anche in diversi paesi del thienese. Il primo gruppo a costituirsi nella zona fu certamente a Fara Vicentino e fu anche il primo a doversi rifugiare in montagna per precoci rastrellamenti operati dai tedeschi e da forze repressive della RSI. Ma pian piano altri gruppetti sorgono ad esempio a Calvene, Lugo, Marano, Thiene, Breganze, ma in ogni paese ci sono giovani che si interrogano sul da farsi. All’inizio tutti possono fare poco: raccogliere armi abbandonate dai soldati dopo l’8 settembre, fare una accorta azione di propaganda invitando le popolazioni a non obbedire alle disposizioni dei comandi tedeschi e della RSI, dare accoglienza a ufficiali o soldati inglesi evasi dai campi di prigionia, aiutare le famiglie degli Ebrei, operare modeste azioni di sabotaggio, cercare cauti collegamenti tra di loro, allargare con prudenza le fila di chi vuole resistere. Il processo di costituzione di una vera formazione partigiana operante nella zona, collegata al CLN provinciale e al suo comando militare (il CMP) nonché ad altre zone, è quindi lento. Ha bisogno soprattutto di persone che abbiano questi legami e maturato con l’esperienza una più lucida visione strategica e organizzativa. E tale, nella zona, è particolarmente l’ing. Giacomo Chilesotti che, avendo collegamenti con la Missione “Marini Rocco Service” e con elementi attivi della resistenza padovana e vicentina, è in grado di muovere i passi utili e dare indicazioni operative sia per coordinare progressivamente i gruppi operanti nel thienese sia di partecipare all’organizzazione, come è lucidamente raccontato nel citato libro di Tridenti, di un nucleo attivo fin dall’ottobre ‘43 ad Arcugnano e nei paesi della Riviera Berica. Dunque i gruppi sparsi operanti nei diversi paesi sono il grembo in cui avviene l’organizzazione della “Mazzini” e Chilesotti ed altri ne sono gli artefici. E tutti, tra molte altre necessità, hanno quella, a partire dalle prime settimane del ’44, di dare una effettiva risposta al problema posto da centinaia di giovani che rifiutano di obbedire ai minacciosi bandi di leva della RSI e che perciò debbono allontanarsi dalle loro case. Tanti di questi sono potenzialmente disponibili a imbracciare le armi contro i tedeschi. Se quella dell’autunno-inverno è stata la fase di gestazione della “Mazzini”, quand’è che essa nasce ufficialmente? La data non è certa. Pochi la fanno risalire già al febbraio ’44, enfatizzando il senso di riunioni che furono solo preliminari; molti, più attendibilmente, al 20 aprile; Francesco Ferrari al 3 giugno, ma tutti si riferiscono a incontri tenuti al Seminario Vescovile di Thiene. Quale che sia la data esatta, la “Mazzini” nasce - se non altro in quanto a chiarezza sulla natura della Brigata e sugli obbiettivi - adulta. Sia avvenuta allora o più tardi la sua articolazione in quattro battaglioni (il che significava già una accorta gestione del territorio di operazioni) fin dall’inizio sono delineati gli orientamenti salienti della “Mazzini”. E’ apartitica, anzi apolitica, perché, raccogliendo parecchi giovani che hanno frequentato organizzazioni cattoliche, ma anche elementi che si sentono azionisti o simpatizzanti socialisti o comunisti, non vuole aprire varchi a frizioni politiche, ma dare a tutti come obbiettivo assolutamente primario la liberazione della patria dai tedeschi. E’ in stretta relazione con i comandi regionali e vicentini della resistenza. E’ collegata alla resistenza sull’Altopiano. Dà la preminenza ad azioni di sabotaggio e comunque ricusa azioni che possano provocare rappresaglie sulla popolazione civile. Mette in assoluto rilievo le ragioni patriottiche della lotta di liberazione, e la volontà di riconquistare all’Italia libertà e democrazia. Ha poi comandanti e uomini, parecchi dei quali di notevoli qualità. Sia avvenuta, torno a dirlo, la costituzione ufficiale della “Mazzini” il 20 aprile ‘44 o qualche settimana dopo, di fatto è con il mese di giugno che le sue azioni cominciano a diventare intense e continue. Certo, vi contribuisce l’essersi data organizzazione e chiarezza nelle strutture operative e di comando, ma la scossa animatrice, l’impulso all’azione che irradia tutto il movimento Partigiano, dalla Toscana ad ogni regione del Nord, viene dalle notizie che arrivano dai fronti, dai successi delle armate alleate e soprattutto dallo sbarco in Normandia (6 giugno ‘44) e dalla liberazione, due giorni prima, di Roma. Uno stimolo viene agli uomini della “Mazzini” (e non solo a loro) anche dallo stesso sopravvalutare il ruolo assegnato dagli angloamericani al territorio vicentino. Essi pensano che gli angloamericani - dovendo i tedeschi ripiegare dinanzi alla loro avanzata ed attestare nel territorio della nostra provincia una parte delle linee di difesa - valutino strategica la presenza del partigianato operante nelle colline e nelle montagne alle spalle delle linee difensive tedesche: in sostanza danno largo credito al cosiddetto “Piano Vicenza” come un tassello importante della strategia bellica angloamericana, il che non è. Non è qui possibile, neppure per cenni, dar conto delle operazioni condotte dalla “Mazzini” durante i primi mesi dell’estate ’44. Si può invece provare a sintetizzarne gli obbiettivi: sabotaggi alle linee telefoniche e telegrafiche; assalti alle caserme delle camicie nere; azioni intimidatrici in molti paesi nei confronti degli elementi più attivi o crudeli del fascismo repubblichino; prelievi di armi ovunque possibile; prelievi, dai presidi e dai baraccamenti della Todt, di coperte, di indumenti di lana, di cassette sanitarie, di cucine da campo, di attrezzi, tutti beni estremamente utili per rifornire il battaglione di montagna, che agli ordini di “Silva”, si va costituendo da luglio nella parte Sud dell’Altopiano. In quelle azioni, per scontri armati o per delazioni, la “Mazzini” perde alcuni uomini, ma la perdita più grave, a metà agosto, è quella, in un incidente, di Silvano Testolin “Fifi” che con “Silva” comandava il battaglione di montagna. Il 6 di settembre, nel primo pomeriggio, c’è il massiccio rastrellamento di tedeschi e repubblichini del Bosco Nero di Granezza, dove il battaglione di “Silva” è attendato poco distante dalla Brigata dell’Altopiano la “Sette Comuni”. In quel momento il battaglione ha circa duecentoquaranta uomini, ma solo la metà è armata (un lancio di armi previsto tre giorni prima del rastrellamento non ebbe luogo). Anche la parte armata, tuttavia, dispone soprattutto di armi a corta gittata, mentre ne ha ben poche di quelle a tiro lungo. Soprattutto è inedito, sia per la “Sette Comuni” che per la “Mazzini”, un rastrellamento di tale natura, accuratamente studiato e condotto da migliaia di soldati ben dotati di tutto l’armamento e di tutti i mezzi logistici necessari. La storia di quel rastrellamento è stata ricostruita da tanti scritti e testimonianze e a quelli rinviamo; si deve invece qui ricordare la strenua resistenza opposta dal battaglione di “Silva” e la perdita, tra altri, di un altro valoroso comandante, Rinaldo Arnaldi “Loris”. Settembre è il mese dei grandi rastrellamenti tedeschi nel Veneto: dai Lessini alla Vallata dell’Agno, da Granezza al Consiglio e al Monte Grappa, la forza messa in capo dai nazisti e dai loro alleati scompagina duramente tutte le formazioni operanti in montagna. Il loro processo di ricostituzione appare subito impervio, irto di tanti ostacoli, reso ancora più difficile dall’approssimarsi dei rigori invernali. Mentre il battaglione di montagna intraprende la laboriosa ricostituzione, la “Mazzini” dispone, tuttavia, dei battaglioni operanti in pianura e questi mantengono una notevole capacità operativa: nei sabotaggi di ponti, linee ferroviarie, telefoniche ed elettriche ad alta tensione; nei colpi di mano ai danni della Todt con prelievo di armi ed attrezzi nonché danneggiamento delle macchine edili adibite al lavoro di fortificazione; negli attacchi a veicoli tedeschi, della decima mas o di altre truppe della RSI. Va segnalata anche l’azione di disinfestazione da quelle bande di malviventi che compivano rapine fingendosi partigiani. Le mutate condizioni dello scontro dopo i rastrellamenti e dopo che nell’autunno hanno inizio retate e arresti in pianura (a Vicenza cadono nelle mani tedeschi molti dei maggiori dirigenti del CLN provinciale e del suo comando militare) impongono una riorganizzazione che ai primi di dicembre avviene con la formazione del Gruppo Brigate “Mazzini” sempre comandato da Chilesotti (ricercatissimo in quei mesi dalle polizie tedesche e della RSI e sfuggito più d’una volta alla cattura), e articolato nella Brigata “ Martiri di Granezza”, guidata da “Silva” e nella Brigata “Loris” (in onore di Rinaldo Arnaldi che aveva quel nome di battaglia) capeggiata da Italo Maniero “Albio”. La Brigata di “Silva”, agisce nella zona Thiene, Zugliano, Fara, Breganze, Salcedo, Marano, Caltrano, Calvene, Lugo, San Giorgio, Molvena, Mason; quella di Mantiero, suddivisa in due battaglioni, nella zona Dueville, Novoledo, Sandrigo. Anche nei primi mesi del ’45, nonostante da diverse settimane il fronte degli alleati si sia fermato prima del Po, il Gruppo Brigate Mazzini è attivo. Il 22 febbraio esso partecipa alla costituzione della Divisione “Ortigara”, a cui dà vita una riunione tenuta nella canonica di Povolaro tra diversi esponenti della resistenza cattolica e “autonoma” (la mancata unificazione delle forze Partigiane sotto un unico comando e la loro aggregazione in due Divisioni di diverso orientamento politico la “Garemi” e la “Ortigara”, è uno dei capitoli più controversi, ma anche più densi di significato della storia della Resistenza vicentina). A fine marzo, dopo che nelle settimane precedenti alcuni uomini sono caduti, un colpo gravissimo per la “Mazzini” è la cattura e l’uccisione, falliti i tentativi di liberarlo operati dai Partigiani, dell’eroico Comandante “Silva”. Chi gli succede, Renato Nicolussi, cambia, in ricordo del Martire maranese, il suo nome di battaglia “Bepo” proprio in quello di “Silva”. Nelle prime tre settimane di aprile altre azioni delle due Brigate e altri rastrellamenti e rappresaglie dei nazifascisti. Finché, e quanto segue lo riportiamo da una relazione sulla “ Martiri di Granezza” stesa da Renato Nicolussi a breve distanza dalla fine della guerra, “il 20 aprile 1945, in seguito a ordini superiori, tutti i reparti della brigata si disponevano in pieno assetto di guerra nelle zone di probabili e immediate operazioni. Tutta la linea montana che da Caltrano porta, attraverso Calvene, Lugo, Fara, San Giorgio, Breganze, Salcedo, Mure, Molvena, veniva presidiata con collegamento tramite staffette, mentre punte avanzate si dislocavano sui monti di Zugliano e di Sarcedo. Elementi della stessa brigata agivano contemporaneamente entro Thiene”. Con l’inizio della primavera è ripresa l’avanzata alleata e appare irresistibile. I tedeschi progettano invano di resistere nelle linee fortificate di difesa approntate nei mesi precedenti dalla Todt. Contemporaneamente agli alleati, tutto il Movimento Partigiano, da un capo all’altro dell’Italia del Nord, si pone all’offensiva. Anche nella zona operativa della “ Mazzini”, come in tutta la nostra provincia, gli obbiettivi dei Partigiani sono attaccare i nazifascisti, costringerli alla resa, liberare dalla loro presenza i paesi e contemporaneamente fare in modo che nella loro ritirata i tedeschi non distruggano gli impianti produttivi. Alla Brigata l’ordine di attaccare su tutta la linea viene dato all’alba del 26 aprile. Già in quel giorno Calvene viene liberata dal piccolo presidio della Todt; Fara dalla presenza della novantina di uomini della 25a brigata nera “A.Capanni”, lì acquartierata da diversi mesi, che si arrendono; attacchi vengono sferrati a Lugo Vicentino sia contro il presidio della Xa Mas (che si arrende dopo un breve combattimento) sia per liberare la Burgo dalla presenza di una pattuglia tedesca; più violenti sono i combattimenti a Zugliano. I Partigiani attaccano anche a Salcedo, Mure, Molvena. Salcedo è liberata il 27, Caltrano il 28. La cronaca puntuale dei giorni tra il 26 e il 29 aprile richiederebbe parecchie pagine, perché la situazione dei combattimenti nei diversi paesi è non solo differenziata, ma sovente mutevole. Le pattuglie Partigiane si spostano laddove c’è bisogno, avvertite da un efficiente servizio di staffette, lasciando presidi e posti di blocco nelle aree liberate. Ma le evenienze di quei quattro giorni, e di tutte quelle ore, sono tante. C’è ad esempio il transito in paesi, parzialmente liberati, di colonne motorizzate tedesche che per aprirsi un varco verso l’Altopiano o la Val d’Astico attaccano i posti di blocco partigiani. Ci sono reparti tedeschi sbandati, decisi a vender cara la pelle, sebbene alcun soldati disertino e preferiscano consegnarsi prigionieri. Ci sono formazioni della Xa Mas che non intendono arrendersi ai Partigiani. Ci sono duri combattimenti, ma anche trattative per la resa. Ma infine il 29 aprile anche Thiene è liberata dagli uomini della “Mazzini” e da quelli della garibaldina “Mameli”, nonostante alcuni reparti della Xa Mas non intendano, ancora, consegnarsi ai Partigiani. Il 30 persistono ancora qua e là combattimenti, per esempio a Breganze, per il passaggio di una colonna tedesca appoggiata da carri armati, ma in sostanza la liberazione della zona è pressoché completa. In questi combattimenti cadono più di una trentina di uomini della “Mazzini” e una quarantina riportano ferite. E c’è una perdita gravissima, dolorosissima, il 27 aprile. E’ quella dei comandanti della divisione “Ortigara”, Giacomo Chilesotti “Nettuno, Loris”, Giovanni Carli “Ottaviano” e Attilio Andreetto “Sergio” fermati dai tedeschi mentre si stanno portando alla Longa di Schiavon. Essi fanno parte di coloro che, autentici artefici e protagonisti della lotta di Liberazione, ne hanno vissuto tutto il percorso, fuorché l’ultimissimo metro dove viene piantata in via definitiva la bandiera della riconquista della libertà. Per la storia successiva della “Mazzini”, fino al momento dello scioglimento, rinviamo al recentissimo libro di B. Gramola “La 25a brigata nera “Capanni” e il suo comandante Giulio Bedeschi”. Mi pare opportuno concludere questi cenni, citando le parole finali, tanto sobrie quanto pertinenti, del libro di Curzio Tridenti: “la Resistenza è stato uno dei rari momenti di coraggio, in cui i popoli sono diventati protagonisti attivi della storia, perché essa fu, nel suo significato più alto, la rivolta europea alle aberrazioni del nazifascismo, alla estrema degenerazione del potere: fu la scelta della vita contro gli orrori della guerra. Al di là delle debolezze e degli errori umani e delle deficienze contingenti, il suo valore è ancora attuale per ogni liberazione, è un richiamo all’impegno e un rimprovero alle inadempienze, agli egoismi personali e di parte; è l’affermazione dei diritti irrinunciabili degli uomini, che sono le libertà civili e politiche, contro la perenne tentazione dello sfruttamento e del dominio”. Sandro Pupillo |
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