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"A Silva"
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4- Francesco Zaltron "Silva"
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a) formazione
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| Francesco Zaltron nacque a Marano Vicentino il 14 marzo del 1920, da una famiglia benestante. Dal padre Pietro, commerciante, e dalla madre Maria, che gestiva con mano sapiente e cuore amorevole la casa, nacquero ben sette figli: Caterina, Giovanni, Francesco, Egidio, Caterina, Adelina, e Lidia. Le due Caterina ed Egidio morirono in tenerissima età. Francesco, in famiglia chiamato “Chichi”, dette a vedere sin dalla fanciullezza, come raccontano le sorelle, di non chiudersi egoisticamente nella sua posizione privilegiata rispetto alle indigenze di molti suoi amici e coetanei. Aveva, difatti, una sensibilità innata nel comprendere le angustie, materiali e psicologiche, delle persone meno fortunate ed una generosa disponibilità nel dare sostegno ai più deboli. Spesso sedeva alla loro tavola senza far pesare la sua condizione agiata. Amava il gioco del calcio e per questo con i “monelli” del paese aveva organizzato una squadra saccheggiando gli armadi di casa per vestire tutti in divisa: calzoncini e magliette di tela. Il suo carattere socievole e scherzoso, nel quale una sensibilità riflessiva si intrecciava ad una spiccata, a volte spavalda, propensione a contrastare le ingiustizie, nonché la consapevolezza che l’altruismo era la via giusta da seguire, contraddistinsero tutta la sua breve esistenza e lo condussero, nella fase finale di essa, a diventare “RIBELLE PER AMORE”. Francesco frequentò le scuole inferiori nel collegio Vescovile di Thiene e successivamente si iscrisse al Liceo Scientifico Paolo Lioy di Vicenza. Gli anni delle scuole superiori furono travagliati perché la rigidità disciplinare confliggeva con la sua personalità vivace ed irrequieta, con il suo spirito insofferente alle imposizioni. Non gli riusciva di concentrarsi nello studio e di coglierne il piacere, sicché alla fine della prima liceo venne respinto e il padre decise di mandarlo in collegio. Nella scelta della nuova scuola influì sul padre Pietro il consiglio dell’amico Vedovello (in quel tempo direttore dei magazzini Lanerossi di Marano e padre di Roberto che nel periodo resistenziale, col nome “Riccardo”, comandò la Brigata “Mameli”), persona a Marano molto rispettata e stimata, che suggerì di iscrivere Francesco a Bergamo nel collegio dove avevano studiato i suoi figli. Così avvenne. Il ritrovarsi spaesato, con un passaggio repentino e doloroso in una realtà così diversa da quella a cui era stato abituato, la severità dell’ambiente, misero a dura prova il suo carattere e pian piano lo modificarono e lo forgiarono. A Bergamo rimase qualche anno, poi volle tornare a Vicenza per concludere gli studi proprio in quel liceo nel quale aveva conosciuto l’amarezza della bocciatura. I fratelli, al suo ritorno a casa, lo trovarono maturato, più deciso nei proponimenti e nelle scelte. Finito il liceo, si iscrisse alla Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Padova, seguendo con convinzione l’innata propensione a dare alla propria vita un senso solidaristico: voleva studiare medicina soprattutto per poter curare le persone povere o quelle provate dalle varie durezze della vita. Nel 1940 Francesco iniziò gli studi universitari, ma nel primo anno riuscì a dare un solo esame e ciò non gli consentì di rinviare la chiamata alle armi. Dovette partire militare: la prima destinazione fu Gradisca, poi L’Aquila. Oltre a soffrire la lontananza da casa, la vita militare - con le sue gerarchie, le costrizioni, l’esaltazione della cieca obbedienza e della mistica della guerra - lo opprimeva come una cappa, antitetica al maturare in lui della ripulsa di ogni retorica, alla crescente insofferenza verso lo spirito aggressivo del regime fascista, al suo sempre più intenso desiderio di libertà. Coltivava la speranza che la guerra finisse e crollasse il governo di Mussolini. Tre anni difficili, dunque, che terminarono bruscamente l’8 settembre quando venne firmato l’Armistizio. Francesco in quei giorni si trovava a Forlì e, conosciuta la notizia, non esitò, indossati abiti civili, a fuggire e a tornare in bicicletta a Marano, accolto a braccia aperte dalla sua famiglia. A lui, come a tanti giovani sbandati dopo l’8 settembre, si presentò subito il problema di cosa fare. Coerentemente alle idee maturate negli anni precedenti, non rimise la divisa per non sottostare alla causa nazifascista. In accordo coi familiari, si rifugiò da una parente a Sant’Antonio di Valli del Pasubio, nella contrada Sonara. In quel periodo conobbe altri ragazzi renitenti alla leva con i quali cominciò a discutere, ragionare e maturare la convinzione che la liberazione ed il futuro dell’Italia non dovessero dipendere solo dal successo delle armate angloamericane, ma che vi fosse il dovere morale degli italiani di resistere attivamente all’occupazione tedesca, contribuendo a riconquistare la libertà e la democrazia soffocate e calpestate per più di vent’anni dal regime fascista. Gli stimoli in tal senso erano molteplici. Ne aveva in se stesso, ma ne riceveva anche dagli ambienti che frequentava ed uno moralmente assai persuasivo lo ebbe nel conoscere le parole pronunciate il 9 novembre del ’43, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico dall’allora Rettore dell’Università di Padova, Concetto Marchesi. Marchesi, col suo coraggioso discorso, incurante della presenza di militi fascisti armati (che però Egidio Meneghetti aveva fatto prontamente allontanare dal palco) scosse molte coscienze affermando in qual modo il prestigio dell’Università di Padova dovesse concretizzarsi in quei terribili momenti. Il suo indirizzo programmatico, sebbene fosse comunista, si richiamava sostanzialmente alle premesse ideologiche di “Giustizia e Libertà”. Ne riportiamo alcuni passi perché furono diversi gli universitari vicentini che anche da quelle parole trassero il convincimento che la gravità dell’ora richiedesse di vincere i dilemmi, rompere gli indugi, operare una scelta netta. “Anche in quest’ora di prolungato travaglio” - disse in quella occasione Marchesi - “noi sentiamo l’Università come un organo sempre più vitale che s’inserisce continuamente nella nazione rinnovandone e fortificandone le energie. L’Università è sicuramente la più alta palestra intellettuale della gioventù: dove sorgono lenti o impetuosi i problemi dello spirito, dove gli animi sono più intenti a conoscere e a riconoscere quelle che resteranno forse le verità fondamentali della esistenza individuale. E noi maestri, abbiamo il dovere di rivelarci interi, senza clausure né reticenze, a questi giovani che a noi chiedono non solo quali siano i fini e i procedimenti delle particolari scienze, ma che cosa si agita in questo pure ampio e infinito e misterioso cammino della storia umana. E questo compito non è proprio soltanto delle scienze morali e storiche e letterarie, ma si estende a tutti i rami dell’insegnamento superiore” e concluse l’intervento con un chiaro appello: ”Signori, in queste ore di angoscia, tra le rovine di una guerra implacata, si riapre l’anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione. Quando questo ci sia, tutto risorgerà quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti” (*) Erano parole, queste, che davano un indirizzo nitido e nobile a quanto nel suo intimo Francesco Zaltron andava maturando. In quei momenti in cui molti si smarrivano per egoismo, per timore, per “quieto vivere” oppure erano paralizzati dalle incertezze, Francesco contrappose all’hobbesiano “Homo homini lupus” il suo interiore ideale di un possibile: “Homo homini frater”. Divenne, dunque, partigiano, non per odio o per vendetta, ma per amore patrio e sete di libertà. E scelse come nome di battaglia “Silva”, evocativo di ciò che gli era sempre stato caro: la Natura, le montagne, i boschi. Nell’ inverno del 1943 -‘44 entrò in contatto con persone di Thiene e del thienese che facevano capo all’ ing. Giacomo Chilesotti. Con loro si creò o si rafforzò un rapporto di amicizia, attraverso incontri embrionalmente indirizzati in quel periodo all’organizzazione di un qualcosa capace di manifestare apertamente il rifiuto dell’occupazione tedesca e dello stato vassallo della RSI. A primavera inoltrata, nel Collegio Vescovile di Thiene, dove Francesco aveva compiuto gli studi inferiori, alla presenza del Rettore Monsignor Antonio Zannoni, si incontrarono quanti avevano animato la costituzione in diversi paesi del thienese di piccoli gruppi di patrioti decisi a contribuire alla liberazione dell’Italia: tra gli altri Giacomo Chilesotti, Rinaldo Arnaldi, Fulvio Testolin, Alfredo Fabris, Renato Nicolussi, Italo Mantiero, Albino Chiomento e lo stesso Francesco Zaltron. Venne costituita una brigata che prese il nome di “Mazzini” e fu articolata in quattro battaglioni. Il comando venne affidato all’uomo di maggiore autorevolezza ed equilibrio, Giacomo Chilesotti. A “Silva” toccò il comando di uno dei battaglioni che, dopo il rastrellamento di Granezza (settembre 1944), prese il nome di “Martiri di Granezza” a memoria dei caduti di quella battaglia e lo guidò con audacia fino alla morte. La cronistoria stesa all’immediato indomani della Liberazione da Renato Nicolussi (che, caduto “Silva” per mano dei nazifascisti nel marzo ’45, gli successe nel comando e volle prendere il nome di battaglia di “Silva” ) delle azioni compiute dalla Brigata “Mazzini” (divenuta poi sul finire del ’44 “Gruppo Brigate Mazzini”) dà conto di molte imprese in cui emergono di “Silva” la fertilità nell’ideare azione di straordinaria audacia e la sua personale temerarietà. E davvero ci sarebbero tante cose da dire sulle imprese partigiane, in pianura e in montagna, ideate e condotte da “Silva”: gli assalti alle caserme delle “camicie nere”, gli atti di sabotaggio, le audaci requisizioni di armi e attrezzi nei magazzini delle tante polizie della RSI o nelle baracche della Todt, i numerosi combattimenti. Ci sarebbe da ricordare la strenua resistenza che col suo battaglione di montagna, da poco costituito, oppose il 6 settembre ‘44 a Granezza dinanzi al massiccio rastrellamento dei nazifascisti (nel corso del quale venne ferito). Ma va sempre ricordato e sottolineato, che gli uomini come “Silva” imbracciarono le armi perché non ci fossero più guerre; che la loro fu soprattutto una lotta di resistenza alla guerra, all’aggressione liberticida, ai nazionalismi bellicisti, alla disumanità che ogni guerra comporta e che dittature e razzismo conducono sino all’aberrazione degli stermini di massa e dei genocidi. Per quanto riguarda il “Silva” valoroso Partigiano rimandiamo ai tanti libri e ad alle tante testimonianze che ce ne parlano. Ci sembra più giusto parlare delle qualità di “Silva” come uomo, qualità che, se non fosse stato barbaramente ucciso dai tedeschi, avrebbe generosamente trasfuso nella vita e nella società del dopoguerra. E’ sempre improbo racchiudere in poche righe il carattere di un giovane; lo è ancora di più, ed incombe il rischio di agiografia, quando si tratta di uno come “Silva” che, venticinquenne, sacrificò la propria vita. Ogni retorica, del resto, era invisa a Francesco Zaltron. Ma tutte le testimonianze, succedutesi negli anni, rese da chi l’ha conosciuto, convergono nel descriverlo coraggioso, volitivo, determinato ed al tempo stesso altruista, allegro e disponibile all’amicizia, innamorato della natura e, più in generale, della vita. L’amico Arnaldo Giovanardi, e ne citiamo le parole perché tanti altri ne hanno usato per Francesco Zaltron di simili, così lo ha ricordato: “Ho conosciuto un eroe, più puro di una gemma preziosa e nessuna cosa me lo potrà far dimenticare”. Mary Arnaldi, gloriosa staffetta partigiana, ci ha dato di lui questo intenso ritratto “Non è alto Silva, lascia crescere la barba fluente sul volto pallido dove spiccano due occhi neri e brillanti; dotato di una audacia temeraria, sempre pronto a scattare, vien definito il vero tipo di Comandante di Brigata d’assalto; e invero temerari assalti sono le sue gesta”. E non c’è dubbio, Francesco Zaltron aveva “naturalmente”, lo si può dire, le doti militari e soprattutto umane, di un Comandante Partigiano: la capacità tanto di trasmettere ai suoi uomini determinazione, sicurezza, coraggio, quanto di intessere con loro un rapporto profondamente umano, genuinamente fraterno, di vero dialogo. Egli fu sì uno dei tanti Giovani Partigiani, ma per intelligenza, audacia, tenacia, nobiltà di idee e sentimenti, fu uno dei migliori, distinguendosi sia per il coraggio persino troppo temerario, sia per la grande umanità e per i gesti concreti di sostegno ed affetto che dispensò ai propri compagni e alla gente delle contrade come quello, vistogli fare più d’una volta, di donare le proprie scarpe ed i propri indumenti a chi ne era rimasto senza. A tal riguardo le sorelle rimembrano il gran da fare della loro madre nel preparare e dispensare al figlio “Chichi” e ai suoi compagni sacchi di indumenti, cibo, coperte. C’è un episodio della vita partigiana di “Silva” che, nonostante sia stato più volte raccontato, è bene qui ricordare. Circa un mese prima della sua cattura gli giunse inaspettata la notizia della morte, per un improvviso infarto, del padre cinquantaseienne. Per lui il colpo fu durissimo e tanto più doloroso in quanto la sua condizione di Partigiano ed il fatto che proprio in casa Zaltron i tedeschi avessero insediato un loro comando, non gli aveva più permesso di vedere la famiglia né gli rendeva possibile rendere l’estremo saluto al padre o presenziare al rito funebre. La sorella Adelina ricorda che, comunque, si presentarono al portone di casa Zaltron due Partigiani con una bellissima ghirlanda di fiori di montagna mandata da “Chichi” e, noncuranti della presenza tedesca, entrarono in casa ponendola ai piedi del letto. Per lo strazio di non poter vedere un’ultima volta il padre, Francesco mandò a dire alla sua famiglia che desiderava incontrare uno di loro. La sorella Adelina e l’amica Edda si diressero, quindi, in bicicletta a Zugliano, a casa di Girolamo Testolin “Momi” dov’egli si trovava. “Momi” le accompagnò in cantina e, da una grande catasta di legno, sollevò alcuni ciocchi e disse ad Adelina di introdurvisi. Vicino al muro, a cui la grande massa di legna era appoggiata, trovò il fratello ”Chichi” e nel loro emozionato incontro Francesco, nonostante la vivezza in lui del dolore, si prodigò nel rincuorarla, nell’infonderle coraggio. Le parlò a lungo, si parlarono a lungo. Fu l’ultima volta che Adelina vide l’amato fratello, che poco dopo si propose l’assalto alle carceri di Thiene per liberare i compagni lì rinchiusi. Qualche giorno dopo “Silva” decise di ritornare a Granezza. Passò, come spesso faceva, dall’abitazione a Mortisa (una piccola frazione sopra Calvene) di una donna, Marcellina Brazzale, considerata da tanti partigiani come una mamma o una sorella. La sua abitazione, la ‘Casetta rossa’ era un luogo sicuro dove quelli della “Mazzini” si trovavano spesso per discutere delle azioni da condurre. Ed è proprio lì che ”Silva”, di sera, venne catturato: nella primavera del ’45, la sua ultima. Era giovedì 27 marzo, giovedì Santo. Come avevano fatto a trovarlo? Come sapevano che fosse lì? Chi aveva fatto la spia? Sono interrogativi ancora oggi irrisolti. Molti dicono che Silva venne tradito. I fascisti difatti non facevano mai retate o rastrellamenti dopo il coprifuoco. Se quel giorno decisero di fare una retata è perché avevano la certezza di andare a colpo sicuro. Silva venne catturato assieme all’amico Alfredo Fabris, che aveva un braccio ingessato. Legati insieme per le mani, vennero trasferiti nella caserma di Thiene. Da lì inizio il suo calvario verso la morte. La sua fine è narrata in tanti libri sulla “Mazzini” e sulla Resistenza vicentina, ma qui vogliamo riportare il testo di un manifesto clandestino, diffuso a breve distanza dalla sua morte, dal gruppo “Brigate Mazzini” della divisione partigiana “Monte Ortigara”, nonostante esso in qualche punto sia inesatto e talora enfatico. Ma, immedesimandoci in quei giorni, ben più forti troviamo in esso la sincerità del dolore, l’asprezza dell’angoscia e sopratutto la fermissima intenzione di raccoglierne e continuarne l’opera e l’esempio: “Silva, il migliore elemento che potevano annoverare le formazioni patriottiche è caduto! Spettatori ancora per poco impotenti, ma che fremono di vendicarlo, il nostro dolore è grande e quasi più maturo nel silenzio. Ci rattrista soprattutto la considerazione che è morto proprio sul limite, al di là del quale è la fine dei nazi-fascisti e la nostra, la Sua vittoria! Arrestato per l’ intervento di alcune spie di Thiene che da giorni lo pedinavano, in una casa di montagna; portato a Thiene e sottoposto ad una sorveglianza eccezionale, fu vigliaccamente schernito. Riuscivano vani, l’uno dopo l’altro, tutti i tentativi di liberarlo in quella cittadina un tempo a lui tanto cara ed ora insozzata dai briganti delle Brigate Nere, dai venduti della Xa Mas, dagli sgherri tedeschi e dai vigliacchi satelliti russi. Continuavano nel frattempo le sevizie. Fedele ai comandamenti del patriota, come alla più pura delle religioni, Silva non parlava. Poi cominciò ad ingannarli ed ingaggiò con i carnefici una lotta impari. Chiese, fingendosi vinto, di essere condotto in montagna promettendo di indicare i rifugi sotterranei dei nostri. E parte con una scorta di venduti russi e fascisti che fa girare per la montagna per circa due ore. Era l’ultima tragica, grande passeggiata dell’eroe su quei monti che aveva tanto amato e che avevano visto le sue gesta. L’ultimo saluto alla terra e alla natura che mai era stata con lui aspra e crudele come gli uomini. Ma, ecco, lo risvegliano dall’estasi cupa, le sevizie della scorta stanca di essere presa in giro. E Silva, grande come un eroe romano, decide allora di compiere l’unico atto che poteva conservargli intatta la sua libertà. Quando il suicidio è il mezzo per vincere i nemici salvando i compagni di fede è l’eroismo più puro che esista. Dignitoso come Catone, disperato come Jacopo Ortis, dando un ultimo addio alle sue montagne, Silva si lancia improvvisamente da un dirupo. Ma la sorte non ha ancora deciso la sua fine e giace ferito e contuso in fondo al precipizio. Viene caricato su di una corriera che dovrebbe condurlo in pianura. Ma il suo atto eroico ha scosso l’animo dei nostri che l’hanno saputo e hanno deciso il tutto per tutto, pur di liberarlo. Una pattuglia di patrioti votati ad ogni ardimento attacca l’auto corriera. Il più giovane la ferma freddando a bruciapelo l’autista. Russi e fascisti, sebbene in numero triplo, se la danno a gambe. Un fascista che custodiva Silva, visto che ormai per il prigioniero è l’ora della liberazione gli spara due colpi alla nuca, dimenticando che la patria, che ha rinnegata, lo condannerà per sempre. Così è morto il nostro Silva, l’eroe più caro alla nostra anima e alla nostra fede, il più onesto, il più leale, il più coraggioso… Poi il cadavere, caduto in mano agli sgherri, becchini dalle livide coscienze imbrattate dalle più basse animalesche lordure viene impiccato ad un albero e preso a bersaglio. Una raffinata, orrenda, miserabile viltà suggerisce ai russi di incidervi le proprie iniziali. L’intera popolazione freme dal ribrezzo e dalla commozione. Per evitare incidenti, la Brigata Nera lo butta in una fossa senza cassa e senza funzione sacra, come un animale. Ma i nostri asportano il cadavere durante la notte e lasciano aperta la fossa che accoglierà qualche spia fascista… Così è morto Silva! Dinanzi al suo corpo sfigurato dal piombo nemico, dinanzi al suo viso affettuoso e rude che la morte lo ha irrigidito, stretti nell’angoscia, ci serriamo maggiormente nella lotta senza quartiere. Il ricordo della sua opera insonne, priva di qualsiasi tentennamento, scetticismo o debolezza, della sua diritta coerenza, della sua audacia impetuosa, sia sprone all’azione sempre più decisa. Dinanzi a Lui, il migliore di tutti noi, s’inchinino in armi tutti i patrioti di tutte le formazioni, giurando di non tradirne la memoria, continuando l’opera infaticabile. Signore Iddio che vivi oltre il tempo, ascolta il desiderio del Patriota d’Italia e accogli fra le tue braccia l’anima Sua che si è staccata dal corpo nel martirio che l’accomuna al tuo Figlio Crocefisso”. Un altro proclama della “Brigata Martiri di Granezza” del “Gruppo Brigate Mazzini” ha queste parole: “E’ CADUTO SILVA….è caduto nel tumulto della battaglia partigiana che infuriava sul ciglione della strada, con negli occhi la visione dei suoi uomini pronti a battersi per lui sino alla morte. Giorni di lutto e di angoscia indicibile: ma non di sbandamenti o di incertezze. Nel bosco rivivrà la sua anima, sulle rocce palpiterà ancora il suo cuore. Patrioti che avete combattuto con lui, che con lui per l’Italia avete scorsa la pianura e la montagna nella tempesta e nel sole…la notte risveglia gli echi delle valli: udite…è la sua voce che comanda. Non è scomparso Silva…no…poiché ancora ci parla e guida i suoi battaglioni. Per te Silva fino alla morte!” Pensiamo a queste parole scritte nel ‘45 e a quanto lunga nel corso degli anni sia stata e sia la loro eco, se la recentissima canzone scritta da Luca Bassanese e Stefano Florio, ispirata da alcune pagine del libro di Renzo Cappozzo, "Lacrime e Favole della mia terra” , ci dice “ Silva non può morire”. Francesco Zaltron non poté assistere alla Liberazione dell’Italia, ma il suo sacrificio, come quello di moltissimi altri giovani, fu fondamentale perché l’Italia riacquistasse con dignità il proprio posto tra le nazioni libere e democratiche. Il 9 settembre 1947 gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor militare e l’Università di Padova gli assegnò la laurea ”Honoris Causae” in Medicina. A lui il Comune di Marano vicentino ha intitolato la piazza principale del paese. (*) il discorso completo lo si può leggere nel libro: Concetto Marchesi, La modernità del pensiero di un intellettuale della Resistenza, a cura della Federazione Provinciale dei Democratici di Sinistra di Padova “Enrico Berlinguer” con la collaborazione del Centro Studi “Ettore Luccini” |
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