"A Silva"
5- Inedito del 1948
Per ricordare un “nome”
una “fede”
un “simbolo”!
B.
……e Maschera racconta! – “Silva, uno dei tanti..…

E’ notte, notte profonda. Tutt’ intorno al grande e silenzioso mistero fatto di tutto, fatto di nulla. La pallida creatura celeste che ha nome, Luna, nel suo lento e fatale andare, accarezza quasi, con la sua luce argentea e fredda, il maestoso e ciclopico scenario. Vette azzurre, compatte, solenni, costoni ripidi e chiari, selve cupe e silenziose, mormoranti acque sorgive, case bianche e solitarie sparse sui pendii, rari e fiochi lumi veglianti in solitudine.

Tutto un angolo di mondo addormentato e riguardato dall’alto da milioni di lucenti stelle, Venere, Marte, Sirio, il carro, le Pleiadi e miriadi di astri senza nome per i profani, tesori luminosi che la notte dispiega e tutte librate al di sopra degli umani travagli, delle umane miserie, degli umani dolori. Silenzio nella cupa volta del cielo, silenzio in terra, vita eterna su in alto nella fulgida e insondabile dimora del Padre e tra il cielo e la terra il nostro divenire, la nostra natura congenitamente infedele ovvero la vita umana fuggente e mutabile. Giunge ovattato dalla distanza un suono lento, quasi lugubre, che turba e rattrista, la, fra l’imponente e serena calma della natura addormentata, un suono che richiama il mio animo estasiato e contemplante, ad una realtà più viva, più cruda, più dolorosa: “la Vita umana”.

E il mio animo si desta, si scuote, ode allora il sospiro del vento, il mormorio dell’onda e il bisbiglio delle fronde e distinguo fra le mille voci della natura dormente, la voce della natura umana che vive, che si agita che soffre. Non più vento od onda, o serena voce dell’infinito prende ed attrae ma, incatena l’attenzione il passo umano che risuona sinistro sui ciottoli del sentiero montano, scosceso e dirupato.

Ed ecco che dalla zona d’ombra esce e s’avanza verso la luce, la natura umana.

La Luna, argentea e fredda, rischiara il triste andare degli uomini che portano con loro una bara nera, come l’assillo tormentoso: - il perché della vita, il perché della morte -

A quell’apparizione imprevista e macabra, rimango sconvolta, l’occhio fissa atterrito quell’inconsueto andare, il labbro non formula un suono, l’istinto suggerisce: - Fuggi -

Ma una voce perviene al mio orecchio, essa mi dice: - Guarda! guarda…e sotto quell’influsso obbedisco - Guardo -

Vedo uomini dall’espressione chiusa e decisa, dallo sguardo che un fuoco interiore rende misteriosamente lontano e selvaggio, volti affilati e barbe incolte vesti, le più disparate, e poi, armi, armi micidiali e terribili -

E quegli uomini che vanno soli e strani nella notte portano con loro, con cura amorevole e religiosa, una nera bara, un morto!

Qual macabro corteo! E questa espressione muta è rivelata da tutto il mio essere perché la voce ignota, come per incoraggiarmi, m’ ordina: - guarda! - mi sussurra: guarda - mi dice: guarda….

Più spaventata che irritata io chiedo: ma tu, tu chi sei?

E che importa il mio nome, che importa il mio volto? - ecco io sono solo “Maschera” ma tu: guarda! guarda….e ricorda!

Io senza voltarmi, per timore che quella voce senza volto, quell’essenza incorporea svanisca, chiedo allora, il perché di quel funebre corteo, che solo va nelle tenebre, che va solo, le stelle che non passano mai, che va, va una meta non ha?….

….e Maschera racconta:”Silva, uno dei tanti, era giovane, era bello, era ricco di forza e di entusiasmo, nel suo grande ideale di fede, eroismo, bontà non temeva di combattere il male, il sopruso, la violenza.

I nemici suoi lo qualificavano: Ribelle!, ma il suo ideale era più alto di qualsiasi meschina calunnia - “chi combatte e muore per la sua fede ideale è solo Eroe!”

Il suo ideale era alto, la meta ancor più fulgida: Libertà! Libertà voleva, libertà cercava per sé e per i suoi fratelli - Voleva la luce e non le tenebre, ma la via è lunga, la via è dura, virtù e costanza non valsero a fargli raggiungere la meta - è ancora notte!…

E la voce continua, sembra quasi canti una triste ed eroica canzone, accompagnata in accordo minore dal sospiro del vento, dal mormorio dell’onda, dal sommesso bisbiglio di tutto un mondo che sta dicendo sommessamente:“Addio”.

Primieramente - quasi solo - in questi luoghi egli si erse contro il male, contro la forza bruta, contro quella forza che voleva stroncare entusiasmi e aspirazioni, che voleva tenere e menti e cuori sotto un unico e pesante giogo - Ma che vale il terrore contro un ideale? - Un ideale che accentra tutti i pensieri, che uniforma tutte le azioni, che modella e vita e carattere, che attutisce tutte le pene egli affanni, che è esclusiva passione, non contingente od egoistica, ma diffusiva, un ideale che cerca i proseliti e crea l’apostolo. Solo allora e così ecco che l’ideale s’incarna nel dovere, ecco gli apostoli e i proseliti non per ragionamento o dottrina, ma per fede, per amore.

Una fede, un amore che spronano all’azione, al sacrifico anche estremo -

E va l’apostolo, e va il proselite e va e vanno, s’uniscono, ecco i primi nuclei, le prime brigate di disperati sostenuti solo dal loro ideale potente e preponderante.

Ecco la Brigata Mazzini, la Brigata di Silva, ecco i partigiani della libertà, i partigiani di Granezza, ecco le gesta di un pugno di eroi, ecco la guerriglia, l’agguato, ecco ovunque annidata sia per l’attaccante che per l’attaccato l’insidia, la morte -

Son di questo periodo le rapide incursioni sul nemico, le azioni di molestia alle retrovie, poi l’ardita conquista del forte di Santa Caterina - Tutto per disorganizzare i servizi del nemico, tutto per affrettargli quella fine che segnerà la rinascita di una fede, di un’ era - Ma il nemico non è ancora finito, si contorce convulso negli spasimi di una imminente fine, ma non si arrende la fiamma della sua resistenza ad oltranza dev’ essere alimentata. Sangue, sangue esso vuole, sangue chiede, sangue cerca - Macabro festino di sangue e di strage ricercato con mezzi barbari e crudeli -

Ovunque il terrore, ma il partigiano non piega, egli combatte in nome di un simbolo, di una fede: pace e libertà! Ma il nemico ha una diversa dottrina, altre pretese - Egli vuol aggiogare senz’essere molestato in quest’opera - Due idee sono di fronte, due nemici si combattono, l’eterna vicenda degli uomini si ripete, novello Caino, novello Abele. I fratelli dan la caccia ai fratelli, la caccia all’uomo è iniziata. Il nemico è forte in armi e munizioni, il suo rastrellamento è metodico e imparziale - In questa lotta cruenta e impari molti vengono presi, altri sono feriti, i più sono quelli che più non torneranno. La Brigata Mazzini viene dissolta, non è più che un nome, non è più che un ricordo di un simbolo.

Addio, piana di Granezza ove per notti e notti trepidi e fidenti, attendemmo i lanci provvidenziali di un audace alleato, addio, bosco nero, selva vergine di svettanti e capricciose antenne che sfidaste il furore di mille bufere che coprite d’ombra i reali e fantastici che il torrente che mugge, come smarrito, là fra quel labirinto di pini e di rupi, addio bianco sentiero, tante volte percorso or con lieta baldanza or con cupo presagio, e che ti svolgi come nastro cangiante che appare e si cela ora bianco, ora scuro in quel caos di verdi e di rupi ove ha radicato l’abete, ove noi vegliammo in armi per una patria più libera, per una patria più pura -

Addio, il nemico ci ha separato -

E Silva?, il più ricercato, il più ribelle, Silva va dolorante e ferito non è stato preso -

La Provvidenza veglia sugli eroi. Il suo tirocinio di sofferenza e di lotta non è ancora terminato - La sua brigata è disciolta, lui è ferito, il nemico è sulle piste come un bracco arrabbiato, il cerchio si stringe sempre più, ma la perizia, l’audacia del partigiano elude la vigilanza del nemico -

Oggi ancora si è liberi; la lotta continua mentre la caccia si fa più spietata.

Allora ecco le azioni isolate, singole, la vita continuamente alternata fra l’azione e l’ansia, ordini brevi, concisi, incontri sporadici e furtivi di pochi elementi, infine la grande e ansiosa domanda: - ma Silva, Silva dov’è? Perché non torna?

I suoi ragazzi lo reclamano, lo vogliono.

Poi un giorno, ecco su, oltre Calvene su, verso i monti apparire una sciarpa rossa, ecco un lembo sotto la giacca scura, l’altro negligentemente gettato all’indietro sulla spalla -

Silva è tornato! Tornato per i vivi e per i morti, ecco la nuova pulsante brigata - “Martiri di Granezza” una bandiera intrisa del sangue dei martiri getta al nemico la sfida suprema: - la mia vita per la tua fine -

Il nemico raccoglie la sfida! E il duello mortale inizia - Son giorni duri, disastrosi, giorni di morte e di vittoria, di spasimi e di gloria, ma non per questo la fede vacilla, anzi è più intatta, più forte di ieri. La consegna è una sola: - combattere!

Silva dinanzi ai suoi ragazzi sprona ed incita e le montagne che avevano riaperto loro le braccia con protezione quasi materna sono le mute testimoni di quei giorni di sangue e di gloria -

Ma nell’ombra si cela l’insidia: la spia, la spia che tende la rete ove Silva dovrà impigliarsi -

Il nemico trionfa! Silva vivo è in sua mano - Brivido d’angoscia della brigata, sprezzo del vinto, ma non domo verso il suo esecrato nemico.

Infierisce il vincitore sul vinto con gioia sadica e bestiale - Piega? Piegherà Silva. Silva è un eroe, non tradirà i compagni, la fede non calpesterà quel simbolo per cui tanti perirono, per cui periranno altri ancora - Silva non è spergiuro! Però lui non vuol morire tra unghie dei suoi aguzzini, vuol morire sotto il cielo di cobalto all’ombra dei suoi monti, vicino ai suoi ragazzi - E Silva finge di piegare!

S’inorgoglisce il nemico, finalmente ha trionfato sul suo nemico!

Silva, fra i suoi nemici, ecco che va verso i suoi monti, mosso dal ricordo, spinto dalla speranza. Ecco la valle, morbida, verde, ridente, sparsa di chiari abituri, percorsa da garruli, ruscelli, nelle cui prossimità pascola la pingue giovenca - Ecco levate come artistica base rupi minacciose, piramidi eccelse, guglie slanciate, ciglioni aridi e squallidi, colà mugge il torrente che fiancheggia e sparisce entro il nero burrone, colà s’annida il passero solitario, colà ripetono il nibbio e il picco le volubili note, colà spazia lo sguardo di Silva mentre mentalmente dice a tutto commosso e deciso: - Addio! -

Le Parche, orride sorelle, presiedono il destino degli uomini. Cloto lenta e inconscia sfila lo stame della vita d’ognuno, Lachesi dice; intessi un filo nero nella trama. Atropo allora aguzza le forbici -

Silva, con lo sguardo fisso lontano, fisso alla meta che lui non può raggiungere, per sfuggire i suoi aguzzini si getta dall’alto del dirupo nel baratro sottostante. Ma la sorte non è benigna con lui, il suo fato terreno non è ancora volto alla fine. La caduta non è mortale, il nemico con rabbia selvaggia riprende quell’essere che ancora pulsa, che vive ancora alla vita e lo riporta con sé lontano dai suoi ragazzi a cui anelava riunirsi, lontano da quella liberazione, da quella pace che lui aveva cercato e invocato -

Ma i suoi ragazzi lo hanno poi definitivamente abbandonato in balia di un nemico spietato? Non tenteranno di liberare il loro capo, il loro Silva”

Sulla via del ritorno, che riporta Silva alla tetraggine d’una prigione, alla mercé di aguzzini assetati di sangue ecco che celati nell’ombra infida e minacciosa, uomini in armi spiano l’istante propizio per liberare il loro Capo. Ad un tratto le palle fischiano, si fanno sempre più insistenti, sempre più fitte e vicine. L’attacco sorprende il nemico, ma non lo trova impreparato, ben presto il fuoco risponde al fuoco. I due nemici sono di fronte, entrambi tesi ad uno sforzo supremo - Vincere! -

Uno vuol vincere per conservare l’ostaggio e il prestigio, l’altro per liberare quell’ostaggio che pur debole e ferito tende e muove verso di lui. Ma il rapace non lascia la sua preda.

Allora Lachesi porge il pennecchio, Cloto che tiene la roca trae il filo, Atropo alle spalle porge in avanti la destra e recide il filo della vita umana.

Anche la micidiale e fulminea carneficina finisce - Sembra quasi che gli uomini si siano ritratti inorriditi alla vista di quel sangue che scuro e sinistro sembra guardare il cielo ed implorare vendetta.

Ma l’animo del nemico non è ancora placato - Quale altro tributo, quale altra soddisfazione chiede ancora? Non basta aver spezzato delle esistenze? No! Bisogna anche farne scempio. La mano omicida ha trovato lestamente la forca naturale già il cadavere pencola - neppure il sonno dei morti è rispettato - e nella notte oscura, pencola il cadavere, ombra fra le ombre, riguardato dalle stelle immutabili e fisse, sfiorato dal vento che passa e chiede: perché?

Ma la pietà dei compagni vuol erigere una croce e nella notte ombre caute e furtive vanno sul luogo sinistro, i suoi ragazzi lo cercano, lo vogliono il loro eroe, il loro Silva - Ed ora vanno, Silva è ancora con loro, vanno nelle tenebre incontro alla luce, per il trionfo della loro causa, per essere degni dei tanti che combatterono, soffrirono, perirono -

…..e Maschera tace, l’ultima eco delle sue parole si perde in un singhiozzo che muore - poi silenziosamente come s’era appressato s’allontana, va verso l’orizzonte, verso la luce -

Le stelle luccicano ancora, spariscono e appariscono, ammiccando come il guizzo del lucignolo morente, si dibattono contro:” il ministro maggior della natura”.

Poi, ecco, un punto luminoso, come un razzo s’accende sull’estremo oriente, sembra quasi si stacchi da un blocco infuocato, contemporaneamente pare che la natura senta la potenza di quell’unico Fiat che un dì profuse di tesori l’universo, quell’universo che ora sembra tutto ridestarsi e rivivere.

E quel punto lucente e sfolgorante s’alza, s’alza sempre più in una fantasmagoria potente di riflessi e di colori, s’alza portando con sé il mistero della sua creazione s’alza inondando di luce e uomini e natura quasi come a suggello di una grande promessa: - Chi vuole, chi cerca la luce, l’avrà! -

Denis Bigolin

21.2.1948